Vivere e crescere con un padre non vedente

Oggi voglio trattare un tema che ancora non abbiamo trattato per bene, la cecità. Ma non voglio trattarlo dalla parte del non vedente, ma bensì da un altra prospettiva, quella di un parente, in questo caso specifico dal mio punto di vista. Ebbene si, come ben sapete (e se non sapete vi consiglio questo articolo), mio padre è non vedente praticamente da quando sono nata, perciò potrei definirmi abituata a questo handicap. La verità è che non lo si è mai abbastanza da poter capire bene come realmente ci si deve comportare.

Mio padre Lucio Vacca, ormai 63enne ha perso la vista per una retinopatia, gcome ho detto io sono cresciuta con un papà che non vedeva o che vedeva realmente poco e nulla. Un padre che, più perdeva la vista, più si chiudeva al mondo esterno, come se quel mondo non potesse capirlo. A farvi una confessione, la penso sempre più come lui.

Una delle cose che mi ha spinto in questo pazzo percorso che è Vitae, fu proprio una sua frase. Un pomeriggio, eravamo seduti intorno al tavolo, solo io e lui. Quel giorno, tutto sembrava un po’ buio anche a me, la sclerosi mi stava facendo impazzire e sembrava una di quelle giornate no. Tra una chiacchiera e l’altra lui se ne uscì così: “Non cercare comprensione dagli altri, tanto non capiranno, non hanno quello che hai tu e non riusciranno mai a capire cosa vuol dire“. In quel momento ero scoraggiata e delusa dal mondo, così gli diedi ragione.

Un istante dopo mi soffermai a guardarlo. Ci misi un po’, ma poi capii che il mondo forse non mi capiva perché non mi spiegavo, e non mi spiegavo perché lui prima di me non si spiegava. Quel giorno ho deciso di metterci la faccia, di far capire a tutti cosa provano i malati. Ancora oggi, però, non sono riuscita a capire cosa prova lui.

Questo mi affligge, perché in questo viaggio ho affrontato tante malattie e tante persone sono riuscite a spiegarsi, o a farsi capire da chi li circondava, ma lui no. Lui è ermetico.

Quindi ho deciso di spiegarvi cosa è stato per me, figlia di un non vedente, la cecità. Cosa mi ha tolto e cosa invece mi ha dato.

34820eb9769a16ca44b5de1a06288379.jpg

Sono cresciuta con un padre che non poteva guidare o lavorare. Non poteva leggerti una favola se non era scritta in caratteri cubitali. Un padre che quando dovevi attraversare la strada, erano i tuoi occhi a guardare a destra e a sinistra. Un padre che, più passava il tempo, più si distaccava dal mondo, dalla vita e un po’ anche da te.

Quando ha iniziato a non vedere del tutto ormai il danno era fatto, io ero piccola e a volte non mi accorgevo di quanto potesse ferire perdere qualcosa che ti tiene in contatto con il mondo, perdere quello che ti permette ogni mattina di svegliarti e vedere la faccia di tua moglie o gli occhi di tua figlia.

Non mi accorgevo ma mi adattavo. Diventarono automatismi: il passargli le cose, guidarlo se si usciva, descrivergli una scena in televisione o semplicemente descrivergli la mia faccia o il mio abito da sposa.

Non era uguale. Se tu vedi ti emozioni, se vedi rimani ancorato alla vita, ma se non vedi una descrizione non è abbastanza, vivi in stand bye, la vita scorre, le cose cambiano, ma tu non le vedi.

Mio padre è stato un buon padre. Non posso dire affettuoso perché, come me, si vergogna a dire a dire un semplice “ti voglio bene”, ma questo non gli ha impedito lo stesso di tenere il suo ruolo e portarlo avanti.

Ha il suo mondo, fatto da un voice-box che gli legge i libri e dai milioni di tg che ascolta ogni giorno, ogni tanto c’è la musica o la radio. Il resto è nell’ombra. Con un velo nero che lo separa dal mondo, proprio come i suoi occhi.

Quello che ti toglie la cecità, è difficile da spiegare a parole. Non è come mettersi una mascherina e provare a fare le cose al buio, è molto di più. Vivi di ricordi, ti attacchi a quelli e non vai avanti, non puoi andare e stai li fermo a soffrire. Logicamente da piccola non vedi questo lato malinconico di tuo padre, lui era quello con cui studiare perché sapeva tutto. Ancora oggi se non so qualcosa la chiedo a lui, “Papà lo sa di sicuro”.

Non gli rimprovero nulla e non so se lui si rimproveri qualcosa, ma se lo fa non dovrebbe, è stato un buon padre, forse io non avrei saputo fare di meglio nella sua situazione. La sua cecità ha fatto si che io crescessi forte e indipendente, a volte un po’ troppo, senza paura della disabilità, un po’ solitaria a metà fra due mondi, il suo e il mio.

Cosa prova la figlia di un non vedente? Rabbia, ma non per me. per lui. Ogni volta che lo guardo seduto nella sua postazione che non si accorge del mio sguardo forse troppo invadente, cerco di scrutare i suoi pensieri, troppo chiusi ormai per essere decifrati, forse persino da se stesso.

Rabbia per quello che gli è stato tolto e non gli verrà reso, per quello che poteva diventare ma non è diventato, per quello che si è perso non vedendo, ma poi… poi una sua battuta insensata e a volte molesta su qualche giornalista, che lui crede bella semplicemente dalla voce, mi riporta nel mondo reale, quello dove lui è mio padre e nella sua imperfezione per me è tutto perfetto cosi.

 

Un pensiero su “Vivere e crescere con un padre non vedente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...