La storia di Debora: “A 28 anni sopravvissuta al cancro”

Oggi parleremo di una storia che ha dell’eccezionale, una storia si triste, ma allo stresso tempo molto forte e con un meraviglioso lieto fine.

La protagonista di questa storia si chiama Debora Brincalli, è di Milano, ha 28 anni, che ormai da tre anni combatte contro una terribile malattia: il Linfoma di Hodgking.

Il linfoma è un tumore che prende origine nel sistema linfatico, ovvero nelle cellule e nei tessuti che hanno il compito di difendere l’organismo dagli agenti esterni, dalle malattie e che garantiscono la corretta circolazione dei fluidi nell’organismo.

Sono un infermiera,” racconta Debora, “E ho lavorato per diversi anni all’istituto europeo di oncologia. Mai avrei pensato che il lavoro che facevo, mi potesse far trovare catapultata in quel mondo di malattia, trovarmi cioè dall’altra parte della barricata, da essere colei che assiste ad essere l’assistita. Ero incinta al sesto mese di gravidanza, giovane, infermiera e tutto ad un tratto, il tumore arrivò e spense la luce”.

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Debora era una giovane ragazza, con un bel lavoro e un bimbo in arrivo, abituata a stare in mezzo ai malati di tumore, ma meno abituata a essere lei la persona malata.

Mi ha chiesto di iniziare la sua storia con queste sue parole, che riporto di seguito:

<< Dai che oggi si torna alla maison, dai suoi figli, dalla moglie, dai nipotini… forza eh… una fetta di percorso è andata giusto? >>

<< Si ma è tosta ora che esco da qua cara Debora… >>

<< Lo so, carissimo, è tosta, ma fa parte del percorso che si deve fare per star bene, se lo è già dimenticato? È una parentesi e noi questa parentesi vogliamo chiuderla al più presto giusto? Forza! >>

<< La chemioterapia si sa che è un percorso difficile, dato da sofferenza, cambiamenti fisici. Uno stato di dipendenza quando si ha bisogno, perché le forze vengono a mancare, pero si sa che dopo i temporali il sole torna a splendere più in alto di prima! Dai passo per passo… >>

<< Capisco >> io rispondevo.

Spesso mi capitava di dire cosi alle persone che assistevo nel reparto oncologico, poi tornavo a casa e mi chiedevo: ‘Chissà se pensano che in realtà non capisco proprio niente, perché la mia pelle non è segnata dalla malattia’. Non portavo le cicatrici di una battaglia allora, Non sentivo il senso di smarrimento che segna la scoperta della malattia, o l’ansia o il timore per gli effetti della chemioterapia, o la tensione dell’attesa per l’esito di un istologico che tarda ad arrivare. Chissà se davvero quel paziente pensava che non lo capissi o poneva estrema fiducia, io nel frattempo una volta uscita da quella stanza, continuavo a fare il mio lavoro con altri assistiti, altre storie, altre frasi di supporto con la stessa condizione di non saper mai fino in fondo che cosa realmente si potesse provare. Fino ad un bel giorno. Fino al giorno in cui mi trovai a lavoro, infermiera all’istituto europeo di oncologia, in stato di gravidanza al termine del sesto mese di gestazione, quando improvvisamente mi sentii un linfonodo ingrossato nella zona sovraclaveare sinistra. Lo feci valutare dal chirurgo, che incrociai in corridoio al termine del suo ultimo intervento in sala operatoria della giornata. Subito rimase scettico nel trovarsi di fronte una tale situazione, tanto da inviarmi a procedere con ulteriori esami. Dopo una serie di esami, dopo un’attesa di pochi giorni, arrivò il giorno della sentenza. Un bel LNH.

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Che dire? In quel momento niente, ne io ne il medico che avevo di fronte, perché sapevo, sapevo cosa mi avrebbe aspettato, sapevo quello che avrei perso, Sapevo che magari non sarebbe andata come volevo, Sapevo che da quel giorno, quello che avevo visto ogni giorno a lavoro, sarebbe diventato un qualcosa reale sulla mia pelle, un qualcosa con cui anche io avrei dovuto sbattere il muso. Nonostante il percorso che poi ho dovuto sostenere, molto lungo e fatto da chemioterapia in gravidanza, parto cesareo pre termine, altra chemio, radioterapia, prima recidiva, altra chemio, trapianto di midollo autologo, chemioterapia di consolidamento, altra recidiva, altra radio, altra chemio e trapianto allogenico, (il mio papà mi ha donato la vita una seconda volta), io mi ritrovo qui, non ancora alla fine del mio percorso che fino ad ora è stato veramente tosto.

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Mi ritrovo però con una consapevolezza diversa. forse quel “capisco” detto tanto tempo prima a quel paziente, ora è diventato anche mio. Ora riesco a percepire le cose in maniera diversa. Una volta che sei dentro il circuito malattia fatto da visite di controllo, esami, interventi, chemioterapie, dai tantissima importanza al senso di accoglienza che ricevi in visita medica. Arrivi in ospedale con una carica d ansia tale, da essere agitato e delle volte da non capire nemmeno cosa abbia da dirti il medico, ma se all’arrivo ti trovi una figura accogliente, capisci che la battaglia non la stai affrontando da sola, ma si e’ una squadra. Quando sei “dentro” ti affidi. Le tue conoscenze le lasci totalmente da parte. Il cancro è una malattia, una malattia molto molto seria, lo sappiamo. Una malattia che colpisce gli esseri umani e li cambia. Il cancro non è una metafora, o un predicato nominale, per descrivere qualcosa d’altro che non sia la patologia. Il tumore non è un concetto, è un male che ti mangia la vita. La parola cancro va utilizzata senza timore per chiamare le cose con il proprio nome e non, in maniera disinvolta, per indicare altro. Questa è una conquista, non c’è più bisogno di parlare di brutto male o di male incurabile. Il cancro è l’inferno e per descriverlo, per sapere com’è, bisogna conoscerlo e viverlo in prima persona… Entrarci… Chi lo affronta, non sempre vede un lieto fine, nonostante gli sforzi sovrumani di chi ci opera o della nostra volontà. Dal cancro però si impara anche a impegnarsi senza sapere se si otterrà l’unico risultato che interessa: la vita salva. Il cancro può essere capito fino in fondo da chi ci è passato…. Se va bene ti cambia la vita, se va male se la prende. Il cancro spiega che non sempre c’è una seconda possibilità e delle volte non è vero che se uno si impegna poi il risultato arriva. Spiega tante cose. L’esperienza è durissima. La felicità si tocca e si sente con tutti i sensi, seppur provati dalla chemio. Il cancro però ti spiega anche che ci sono persone che si danno da fare per salvarti la vita, degli angeli, mentre ci sono persone che con una parola te la rovinano. Il cancro devasta.

Non chiedo che tutti capiscano, ma almeno che sappiano che la parola cancro va pronunciata, perché il cancro si può curare. Anche se le cure sono lunghe. L’unica cosa che so è che bisogna provarci sempre, consapevoli che il risultato potrebbe non arrivare. Siamo guerrieri senza armi, silenziosi e pacifici. Ma lottiamo, sempre. Sino in fondo! E forza a chi sta combattendo! Niente avvicina le persone così tanto come condividere le difficoltà. È un anno che ho fatto il secondo trapianto di midollo con mio papà, ed ora sto bene. Spero che i miei pensieri possano essere d’aiuto a tanti che lottano ogni giorno!”

Questa è la storia che mi ha raccontato Debora, la sua storia. Molto forte, fatta di paura, sacrifici e di speranza, tanta speranza, che ora con la sua testimonianza vuole diffondere agli altri.

Nel mentre che faceva la chemio Debora si è sposata, con una parrucca in testa e tanto dolore nel cuore, non sapendo se qual matrimonio sarebbe durato quanto sognavano. Suo marito, giovanissimo e anche lui infermiere, ha aiutato Debora in questo duro cammino. Ora insieme, più uniti che mai, crescono la loro bellissima bambina, nata in un momento di disperazione, ma che ha permesso a Debora di lottare perché come mi ha detto lei: “Mia figlia ha bisogno di una madre”.

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