“Imparare ad accettare un invalidità non è semplice, l’importante è non trascurarsi mai”

Per voi lettori di Vitae, un’altra bellissima testimonianza arrivata via mail al nostro blog. Abbiamo scelto questa lettera perché, a differenza delle altre, non approfondisce la patologia, ma racconta le difficoltà emotive di un disabile che ha deciso di abbattere gli schemi convenzionali, buttandosi su una carriera tremendamente complicata per chiunque, ancor di più per chi convive con una pesante invalidità.

Mi chiamo Micaela e ho 29 anni. Sono nata in un pomeriggio di novembre, sotto il segno della bora di Trieste, con un piccolo difetto: ho una malattia genetica rara che, in cambio dell’ospitalità sul DNA delle mie cellule, mi ha portato in dono più di qualche problemino. Il più evidente, forse, è l’incapacità a deambulare.

La mia infanzia, seppur turbolenta tra interventi chirurgici, terapia riabilitativa, tutori e qualche difficoltà a farmi accettare dai compagni di classe, è trascorsa comunque serena; ero la “classica” (e qui concedetemi una punta di sarcasmo) bambina disabile con il sorriso sulle labbra e tanta voglia di vivere. Il sostegno continuo da parte della mia bella famiglia e la compagnia di qualche amico in grado di vedere al di là delle mie ruote, mi hanno dato benzina sufficiente per superare indenne infanzia e adolescenza.

Poi però, qualche meccanismo si è inceppato dentro di me. Arrivato il momento di uscire dal mondo protetto della scuola e affacciarmi in quello degli adulti, mi sono fatta prendere da un senso di panico e impotenza che non avevo mai sperimentato prima. Cosa potevo dare al mondo, io, dal basso della mia carrozzina? Come potevo rendermi veramente utile? Avevo in mano un diploma di maturità classica e idee poco chiare su quali fossero i miei talenti e le mie attitudini. Nel frattempo, la scelta dell’università incalzava e io non potevo prendermi tutto il tempo che volevo per riflettere, anche se, con il senno di poi, sarebbe stato proprio quello il momento opportuno per fermarmi, imparare a guardarmi dentro e conoscermi meglio. Ma non l’ho fatto, e ho scelto alla cieca. Siccome le cose facili non fanno per me, mi sono iscritta nientemeno che a Medicina e Chirurgia.

Che fosse una scelta un po’ avventata l’ho capito fin da subito, messa di fronte ad una mole di studio esorbitante, ma sono andata avanti con il paraocchi, dicendomi che ero solo all’inizio e che le cose sarebbero migliorate. In fondo molte delle materie che affrontavo mi affascinavano e, chissà, forse in quel mondo avrei trovato la strada che mi avrebbe permesso di essere utile agli altri.

Concentrata sugli esami, ho trascurato un po’ tutto il resto: salute, amicizie, divertimento. Avevo dentro di me quest’idea del medico come persona integerrima, uno che non può permettersi di far trapelare le emozioni, di tradirsi, di sbagliare; e così, per salvare le apparenze, mi sono chiusa sempre di più in me stessa, cercando di acquisire il pieno controllo dei miei sentimenti, delle mie reazioni, dei miei comportamenti. La mania del controllo si è tramutata in anoressia, che mi ha portato, alla fine del primo anno di università, ad un ricovero in ospedale. E qui vorrei aprire una parentesi: anche chi è disabile dalla nascita, nonostante i preconcetti ci insegnino il contrario, deve passare attraverso vie tortuose e dolorose per riuscire ad accettarsi e a convivere con la propria disabilità. Ritrovarsi con un corpo difettoso, soprattutto oggigiorno, nell’era della perfezione, delle Instagram stars, della magrezza osannata, non è proprio una passeggiata. Questo aspetto, secondo me, viene considerato poco, pensando che chi non ha mai conosciuto “la vita da normodotato”, non abbia problemi ad accettarsi così com’è perché non può provare nostalgia per qualcosa che non ha mai sperimentato. E qui casca l’asino! Alcuni di noi, più di altri, possono ritrovarsi invischiati nella trappola della non-accettazione, del rifiuto di sé, e hanno bisogno di qualcuno che li aiuti ad uscirne. Io me la sono cavata come ho potuto, continuando a studiare e ad impegnarmi, cercando di non ascoltare i demoni interiori. 

Frequentare l’ospedale da unica studentessa in carrozzina non è stato facile, le cose che potevo materialmente fare erano anche meno di quelle che avevo preventivato; ad esempio, ho scoperto strada facendo che per me è impossibile usare il fonendoscopio a causa dei miei problemi uditivi (porto gli apparecchi acustici). Quanti ostacoli, quante difficoltà a cui neppure io stessa avevo pensato!

Ho sempre creduto che ce l’avrei fatta senza l’aiuto di nessuno ma, vista la strada professionale che avevo intrapreso, mi avrebbe fatto comodo per una volta avere qualcuno che mi tendesse la mano, che vedesse le mie potenzialità e mi indirizzasse laddove io vedevo solo buio. Devo dire che purtroppo, nel mio corso di studi, una persona così non l’ho trovata, fatta eccezione per un medico di medicina generale, una dottoressa fantastica incontrata quando ero ormai al sesto anno, quasi alla fine degli studi. Lei mi ha insegnato che la fragilità non è qualcosa da nascondere sotto il tappeto o di cui vergognarsi; è anzi una meravigliosa parte dell’essere umano e come tale va valorizzata.

Mi sono laureata, rullo di tamburi, nel 2015. Nello stesso anno, sono riuscita a fare la prima vacanza senza i miei genitori, un viaggio a Londra in compagnia di mio fratello e di una carissima amica. Visitare una città così accogliente e attenta alle persone in carrozzina, soprattutto riuscendo a farlo da sola, mi ha aiutato ad affrontare il futuro con più ottimismo e leggerezza.

Oggi mi sto specializzando in medicina di laboratorio, e posso dire di aver finalmente trovato una dimensione più congeniale a me.

Negli anni ho incontrato molte belle anime (e se avessi spazio le nominerei una ad una!), ma non ho mai trovato il coraggio di aprirmi fino in fondo e raccontare la mia storia, le mie debolezze e paure; avevo paura che il caos che regna ogni tanto nella mia testa le spaventasse e allontanasse. Così ho deciso di fare un primo passo raccontandomi in questo blog. Il messaggio che vorrei lasciare con questa mia testimonianza è questo: avere delle crisi nella vita è normale, anzi aiuta a crescere; ma anche i piccoli buchi possono diventare voragini e l’unico modo per evitarlo è prendersi il tempo e il coraggio di parlarne, raccontarsi, chiedere aiuto.”

2 pensieri su ““Imparare ad accettare un invalidità non è semplice, l’importante è non trascurarsi mai”

  1. Si tratta sicuramente di una persona molto coraggiosa e determinata, capace di superare i molti ostacoli che la sua situazione somma a quelli normali per ciascuno di noi. Ottima la specializzazione scelta. Tantissimi auguri da un vecchio collega!

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