La parola al dottore : la sindrome di Stoccolma, mi sono innamorata del mio rapitore……

Torna la nostra rubrica “La parola al dottore ” scritta da Dottore Ernesto Deiana che, per il nuovo anno decide di iniziare con un argomento molto delicato ma allo stesso tempo di grande curiosità. Vi porgo una domanda, se vi capitasse di essere rapiti riuscireste mai a simpatizzare per il vostro rapitore? Sicuramente molti di voi pensano di no ma qualcuno lo ha fatto ……..

Avvenne qualche anno fa che una ragazza fosse vittima di un sequestro di persona a scopo di estorsione. La brutta avventura per fortuna si concluse positivamente nel giro di ventiquattr’ore quando i rapitori, sentitisi braccati dalle forze dell’ordine, la lasciarono libera senza aver incassato alcun riscatto. Interrogata dai giornalisti, che le chiedevano in particolare se si sentisse di perdonare i suoi rapitori, essa rispose candidamente di non provare verso di loro alcun sentimento negativo visto che, diceva, “mi hanno trattato bene”. Contemporaneamente, però, ammetteva di aver avuto paura di morire. Come può accadere, allora, che un simile delitto non possa suscitare un fortissimo risentimento e un grande desiderio di rivalsa da parte della vittima? Ebbene, per quanto possa sembrare strano, questo comportamento postumo è piuttosto frequente tra le vittime di simili criminali attenzioni. Ormai ben conosciuto dagli studiosi, esso configura quella situazione psicologica nota come sindrome di Stoccolma. Per la verità potrebbe non essere il caso della ragazza in questione, dato che la sindrome ha bisogno di qualche giorno di prigionia per manifestarsi. Il suo nome deriva da un fatto successo a Stoccolma nell’agosto del 1973: due banditi irrompono, a scopo di rapina, nella locale sede della Sveriges Kreditbank e, presi in ostaggio quattro impiegati , tra cui una donna, li tengono prigionieri per quasi sei giorni. Dopo estenuanti trattative, le forze dell’ordine riescono ad ottenerne la liberazione. Ma il fatto strano sta nel comportamento degli ex ostaggi, che sembrano più ostili verso la polizia che verso i loro aguzzini, tanto che vanno a trovarli in carcere e sembrano quasi mostrare per loro dei sentimenti di profonda stima. L’impiegata arriva persino ad instaurare un forte rapporto sentimentale con uno di essi.

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E non mancano altri episodi clamorosi dello stesso tipo: nel 1974, per esempio, una ricca ereditiera americana rapita dall’esercito di liberazione simbionese, divenne in breve tempo la convinta amante di uno dei suoi rapitori. Questo fenomeno apparentemente strano  viene inquadrato dagli psicologi tra i meccanismi inconsci di difesa che interessano sia i sequestrati che i sequestratori.  I primi, cercando di attrezzarsi per uscirne con il minor danno possibile, vanno incontro ad un fenomeno detto “di regressione”, che li porta ad assecondare e quasi a solidarizzare con i sequestratori  nel tentativo di non subire ulteriori angherie e, soprattutto, di avere salva la vita. Ciò in quanto sanno di dipendere interamente da loro e di non avere altri mezzi per limitare il danno. I secondi, a loro volta, di fronte a questo comportamento delle vittime sono inconsciamente portati almeno a rispettarle e a non sottoporle ad inutili vessazioni. Ad avventura positivamente conclusa, poi, le vittime andranno incontro a shock psicologici meno accentuati. Questo è il motivo per cui, in questi casi, nel corso delle trattative con i sequestratori la polizia cerca sempre di favorire l’instaurarsi di questa sindrome, tutto sommato positiva, sia nelle vittime  sia nei sequestratori.

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