Diario di una donna col cancro, Ricovero!

Eccovi la pagina successiva della quiete dopo la tempesta. Perché la vita cambia in un secondo, e da un sorriso si può passare ad una terribile tristezza. La tempesta, in questo caso, è un ricovero. Inaspettato, doloroso, misterioso. La fede di Francesca vacilla, le manca il suo Davide, la colonna portante che regge il suo delicato processo di guarigione. Ma se da un lato non poter vedere il suo amato bambino è un colpo che la fa barcollare, dall’altro le da un incredibile stimolo per riprendersi velocemente. Francesca trasforma le cose: da un emozione negativa, ne trae una positiva, così come da una (purtroppo) comune storia di malattia, riesce a trarne una lezione per tutti noi lettori. Buona lettura.

Se avete perso le pagine precedenti del diario, vi basta cliccare su questo link.

39 di febbre, brividi e dolori. La guardia medica dice: ‘Corri potresti avere una sacca di pus sotto il port!’. Panico. Mi ricoverano, mi mettono una mascherina e in isolamento.

Globuli bianchi sotto i piedi, ma port perfetto. In ospedale ci sono anche i miei, siam frastornati e come al solito pieni di domande e nessuna risposta. Giulia va a casa a prendermi due cose e con lei viene Raffaele che stava dormendo. Io non capisco nulla, sono le 4 del mattino e sono esausta, non ho le forze per piangere, ma vorrei tanto farlo, invece mi addormento con la mano di Raffaele nella mia. I nostri scemi tatuaggi, eccoli li che si toccano! Sorrido. Io dormo lui resta seduto su una sedia, sento i suoi pensieri, ma son troppo debole per far qualsiasi cosa. Rimane con me fino a che non va a lavorare, poi arrivano i miei a dargli il cambio. Chi entra da me deve lavarsi per bene e mettersi la mascherina. Non si capisce da dove arrivi sta febbre, intanto mi sparano in vena antibiotici e antidolorifici. Sono stanca, incazzata e impotente. Ho aghi e fili che neanche Pinocchio, sul braccio, piede, petto e lividi su braccia e piedi che neanche i peggiori tossici del Bronx.

Il Reparto non è male, mi coccolano, ridono e soprattutto faccio da cavia per i tirocinanti. Agli infettivi è una cosa rara il port, per cui ricevo molte visite e molte domande, almeno il tempo scorre più veloce e sorrido spesso. I dottori non mi visitano da un bel po’ e mia mamma esplode in mezzo al corridoio, minacciando chiunque le capiti a tiro di scrivere un articolo di denuncia sul giornale locale se non mi avessero visitata in tempi brevi. Dopo un’ora avevo due oncologi a mia disposizione e dopo mezz’ora una terza… fate voi! Quando l’oncologa mi dice che devo stare ricoverata almeno 5 giorni scoppio a piangere, le spiego che mio figlio fra 3 giorni parte col padre e non lo vedrò per due settimane. Mi sento franare il pavimento sotto i pedi, la testa bollente e il cuore spingere per uscire fuori dal petto; questa cosa è troppo grande, come farò a vincere? Stare lontano da Davidino è peggio di tutta questa merda, del tumore, dei dolori, del port, delle metastasi. Mi manca l’aria, mi mancano le forze se Ducci mio non c’è. La dottoressa, probabilmente impietosita prova a farmi credere di dimettermi a breve, mi accarezza e quando esce mi manda i bacini.

Dormire fuori casa, sentire l’odore di medicine, rumori sconosciuti al mio orecchio, tutte queste pareti bianche mi mettono ansia. Non sapere cos’ho mi manda in bestia, star lontano da Davide mi distrugge. Al telefono mi dice: ‘Mamma ma se non torni come faccio io? Non ci sarà tempo per noi? Quando ti abbraccio io?’. Impossibile trattenere le lacrime. Questo è il momento in cui ho pianto di più, ho pianto una volta sola al momento della diagnosi, e per i capelli… qui piango più volte al giorno. Non rido più con infermiere e tirocinanti, anzi le blocco per sfogarmi, no. Non mi piaccio. Mi sento in trappola, piccola e persa.

Respira Fra. Provo a trasformare la tristezza in determinazione: da qui me ne devo andare. Intanto mi faccio aprire il terrazzo della stanza, ho bisogno di respirare, di camminare. Le gambe son nervose oltre che doloranti. Devo muoverle, devo respirare un’aria diversa, un’aria che non sia il mio respiro riciclato nella mascherina. Fanculo gli infettivi dove sono ricoverata, e fanculo alla mascherina. Aria. Vedo l’edificio dell’ospedale, ma anche qualche pianta e balcone fiorito, sento le auto e invidio chiunque si trovi al di fuori di questa gabbia di cemento. Non mi piaccio di nuovo. Non mi piace invidiare chi è libero, chi sta bene, mi fa sentire sporca, ma è proprio così. Invidio la vostra libertà di dire esco e vado due orette al mare, quando fate la spesa, invidio voi che scegliete cosa mangiare per cena, voi che avete la certezza sul da farsi domani. Invidio la vostra salute, il vostro esser stanchi dopo una giornata lavorativa, invidio persino i vostri gusti perfetti e la freschezza del mattino di scegliere che vestiti mettervi, abbinandoli col trucco e agli accessori. Io devo mettere maglie comode per farmi curare il port, questo è quel che so. Ma soprattutto invidio voi che potete sbaciucchiare i vostri bambini quando vi pare. Ho scelto di non far venire Davide in questo reparto proprio a causa delle mascherine; un conto sono i video che gli faccio vedere durante la chemio dove sono io a sceglier di mostrargli la parte innocua della malattia, ma qui è diverso. Non credo possa rassicurarlo questa situazione, allora facciamo le video-chiamate e lui è felice di vedere la mia stanzetta, il terrazzo e che sto bene. Mi manca. È lui il responsabile della mia guarigione… mi manca, ma mi carica. Mi sospendono gli antibiotici visto che sono senza febbre, dolori o altri sintomi, con la promessa che se resto sfebbrata me ne posso andare. Sarà vero? Io per esser più chiara la notte oltre a farmi reiki parlo col mio sangue, con Golia e con la mia pcr (è un valore che indica infezione o infiammazione, vi faccio anche lezioni di medicina ora): ‘Devi alzarti’. Da questo esame dipendono le mie dimissioni. E dipende anche la quarta chemio che avrò tra 4 giorni, se gli esami non sono a posto dovrò posticiparla. No! Non ammetto questa possibilità.

La mattina mi alzo determinata: se non mi dimettono loro firmo per andarmene come feci a Novembre. Io starò con Davide mio.
Vi ricordate la chiacchierata notturna col mio corpo? Si, poi mi farò vedere da uno bravo, ma la cosa importante è che ha funzionato! Pcr scesa e ciao. Giulia e Raffaele per festeggiare mi portano le schifezze del McDonald’s in ospedale e poi dritti a casa!

Esco dall’ospedale, che bello! Lo smog, le auto, il sole, i clacson, la gente nervosa, poter camminare in più di 2mq. Wau. Mi sento meglio! Sono a casa tra le bombe di vestiti e piatti da lavare, disordine e profumo di famiglia, wau di nuovo.
Arriva Davide, questo è il vero wau! Lo abbraccio, lo annuso, lo respiro… si! Finalmente respiro.”

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4 pensieri su “Diario di una donna col cancro, Ricovero!

  1. gtazie per questo racconto della tua vita modificata dal male…forse, anzi, spero, che le persone (sane) smettano di lamentarsi sempre per delle stupidaggini, ti abbraccio cara Fra…

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  2. Leggere di storie di vita tessute da coraggio. Tenacia. Forza. Desiderio di respirare la vita, anche quando l’ossigeno sembra fuggire via come vento.
    Ecco.
    Ti ringrazio.
    Lavoro in Sala Operatoria. So quanto sia difficile. Lo vivo anche attraverso mia mamma( anni fa un linfoma. Ora recentemente operata di tumore al seno. Appena terminato ciclo radioterapia).
    Non posso che abbracciarti ed aggiungerti nelle mie preghiere.
    Da oggi, ci sarai anche tu.
    Dio vegli sul tuo percorso.
    Per nutrirti di energia. Per sollevarti fra le Sue braccia ed allontanarti dalla tristezza.
    Ciao Dina❣️

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  3. Francesca sei forte!
    Leggo il tuo blog con tutto l’amore del mondo!
    Scrivi davvero bene e spieghi tanto da riuscire a immedesimarsi nella tua situazione che nonostante tutto nessuno che non ci sia già passato può realmente capire!
    Un abbraccio e sei tutti noi
    #fuckGolia
    E ti regalo e faccio io il tatuaggio appena stai meglio!!

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